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"LA POESIA NON E' FATTA PER GLORIFICARE IL POETA, ESSA ESISTE PER CELEBRARE LA COMUNITA'. IL PUNTO DELLO SLAM NON SONO I PUNTI, IL PUNTO E' LA POESIA".
(Marc Kelly Smith, inventore del Poetry Slam, Chicago, 1986)
Poetry Slam. Una gara dove a sfidarsi sono i poeti. Un palco, un microfono, una voce. Tre minuti di tempo per leggere poesie scritte di proprio pugno. A decretare il vincitore di questo sport artistico 5 giudici estratti dal pubblico, componente attivo della gara.
A condurre un Master of Cerimony, un Emcee come dicono in America, catturando il termine dallo slang Hip Hop. Un maestro di cerimonia, diremmo noi in Italia.
Un'arte sportiva in cui la poesia non vuole più essere subita, ma osannata, criticata, votata.
Una poesia non più; da ascoltare passivamente in angusti salotti letterari, ma una poesia viva perché; vivo è; il suo pubblico che, refrattario verso una poesia, un lettore e un'editoria incartapecoriti, partecipa ad un Poetry Slam per dare vita ad una comunità poetica in uno spazio espressivo libero.
Perché; la poesia deve essere strappata dalle pagine gialle di testi accademici, perché la poesia, che ci piaccia o meno, è nella nostra quotidianità.
E allora viviamola.
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