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Mauro Righi

Cosa Vuoi che ti dica
(Un ritmo in quattro quarti di ingordo vento,
cado anche io ogni tanto senza sapere il perché)
 
a volte mi pare di essere di troppo
a volte entro nella vita e dico
scusate, disturbo?
Posso?
Ho i piedi puliti
La faccia pulita
Le mani pulite
Se sono stato sgarbato non lo faccio più
Bevo solo ai pasti
Vado a votare, pago le tasse
Sono un bravo cristiano
Un povero diavolo
Cosa devo fare ancora?
Mi incazzo meno che posso
Mangio macrobiotico
Scopo una volta alla settimana
Sempre con la stessa donna
Cose volete ancora?
Non mi trovate rassicurante?
 
Sono un ragazzo intelligente che non si applica
Sono uno che non prende niente sul serio
La vita è mica una guerra
La vita è noiosa come una canzone di Berry White
La vita è come un cammello incastrato nella cruna di un ago
La vita è un pallone aerostatico
Anzi
Un pallone gonfiato
Una cosa a cui si da troppa importanza
La vita
La vita è un palcoscenico
La vita è un brutto quarto d’ora
Altri lo hanno detto
Mica si inventa più niente
 
La vita
Cosa vuoi che ti dica
La vita
E’ una cosa così che uno ci nasce dentro
E non ci vuole nessuna abilità
Ci sei e basta
Con tutti i rumori di sottofondo
 
Sono triste
 
Poesie non me ne vengono più
Non so cosa mi é capitato
una volta riuscivo a scrivere cose fighissime
Le donne si innamoravano di me
Non so cosa mi é capitato
Ho perso il fascino
Ho perso i capelli
Da un po’ di tempo
Mi sento insicuro
O forse no
Leggo tre volte le istruzioni dei medicinali
Poi prendo metà delle dosi consigliate
Non si sa mai
Mi tengo sempre caldo e coccolato
Cambio regolarmente i tergicristalli
Se c’è il sole indosso gli appositi occhiali
Con le stelle sono più lungimirante
Mi sono iscritto ad un corso sull’autostima
Ma mi sono seduto in fondo
Vicino all’uscita
Non mi fermo agli Autogrill
Non ho speranze
Non faccio nessuna raccolta punti
Da bambino non finivo mai gli album delle figurine
Non mi piacciono gli avvertimenti
 
-un morto ogni 3 scriveva poesie –
 
vorrei un mondo migliore
uno stipendio migliore
sette donne per ogni uomo
vorrei un cartello rassicurante
 
-C’è un po’ di coda ma stai tranquillo prima o poi arriverai –
 
Vorrei un posto dove andare
Vorrei avere successo
Sedermi sul cesso
Quello rassicurante di casa mia
Vorrei, non vorrei, ma se vuoi
 
Da bambini si giocava a indiani e cowboy
Io me ne stavo sulle mie
facevo il barista del Saloon
Lucidavo immaginari bicchieri con la mia sputa
Poi da grande son passato alla lavastoviglie
Giacca e cravatta
Il Malox sempre pronto nella tasca interna
Leggo le controindicazioni
Prendo mezza pasticca
E non ci penso più
 
 
 
 
La finestra
O il fiore della Strada
 
Qui sull’arida facciata
Rifletti lontane montagne,
sterminate visioni d’innanzi
sotto di te nulla di allegro e neanche un fiore
Adorata finestra
Contenta dei deserti. Anco ti vidi
Stretta fra la circonvallazione e i due ponti
che cingon la cittade
la qual fu donna de’ mortali un tempo,
e del perduto impero
di quando Milano era una città da bere
boom economico e disinvolto edificare
Or ti riveggo in questo suol, di tristi
lochi e dal mondo abbandonati amante,
povera Milano
spogliata e violentata
ogni giorno dagli scavi del metrò
dalle ceneri infeconde,
dei gas di scarico
 
s’annida e si contorce al sole
il lavavetri ubriaco al semaforo
cavernoso l’umore dell’impiegato
e biondeggiar di fiche all’ora di punta
e risuonar di sirene e antifurti
 
gli ozi de’ potenti
hanno spogliato Milano
svenduto il Duomo all’oriente
or tutto intorno
una ruina involve,
dove tu ti affacci, o finestra gentile, e quasi
i danni altrui commiserando, al cielo
di dolcissimo odor mandi un profumo,
che lacittà consola.
In queste vie
Strette e grigie
A queste genti
Piccole e bige
All’amante natura.Al traffico
Senza giusta misura
E alla nebbia, che con lieve moto
In un momento annulla
Parole, pensieri e rumori
In coda, la dis-umana gente
Abbandona del tutto la ragione
stringe il voltante e i denti
 
O adorata finestra
Che qui ti mira e qui ti specchia
Me stesso
Superbo e sciocco
Libertà vai sognando,
io invece ti lascio guardar sempre le stesse cose
il cortile rosso
la ringhiera arrugginita
 
O adorata finestra
tu, come me
non hai più speranza per guardar più lontano
così ti spiacque il vero
dell’aspra sorte e del depresso loco
che natura ci diè. Per questo il tergo
vigliaccamente rivolgesti a me
 
E io ti rivolgo il mio
Che sé schernendo o gli altri, astuto o folle
Fin sopra gli astri il mortal grado estolle.